L’ANIMA, REINCARNAZIONE E KARMA

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COSE’ L’ANIMA?
Se cerchiamo il termine anima su una delle tante enciclopedie generiche, ci imbattiamo in voci che si estendono spesso per qualche pagina, perché la complessità del concetto risulta evidente solo entrando nel merito della questione e prendendo atto del suo ampio corredo di significati. Andando avanti nell’analisi, si scopre infatti che anima è una parola con implicazioni estese in ogni ambito della cultura e si lega a contesti tra loro anche molto lontani.
Se cerchiamo quella stessa parola in un’enciclopedia delle religioni o della filosofia, allora la voce si dilata notevolmente, perché coinvolge ambiti della cultura che di fatto hanno origine nelle più arcaiche manifestazioni simboliche dell’uomo: vale a dire le prime sepolture del Paleolitico.
Da allora, fino ad oggi, con tutte le problematiche teologiche, le definizioni, i tentativi di dimostrarne o negarne l’esistenza, l’anima ha visto via via crescere a dismisura il patrimonio culturale che ha accompagnato la sua evoluzione, divenendo sempre più una presenza determinante. Per cercare di seguirne la genesi dobbiamo però partire da qualcosa di incredibilmente piccolo e evanescente: un soffio…
IL «VENTO» CHE È ALL’ORIGINE DELL’ANIMA
Anima è un termine di origine latina (anima) che ha l’identica radice della parola greca ánemos (vento) e lo stesso senso di spiritus (in greco pnêuma), indicante aria, soffio, respiro. In greco si trova anche psyche con un significato affine al concetto di spirito; questa parola esprime oggi le sue valenze più emblematiche confermandosi nel termine psicologia. Nell’Induismo, ad esempio, si fa riferimento all’A – tman, cioè espirazione. Da questa prima precisazione terminologica, abbiamo modo di constatare che l’anima è posta in relazione all’immaterialità, ma ciò non esclude la sua partecipazione all’interno del meccanismo vitale; convenzionalmente è il principio dell’attività cosciente dell’uomo e, su un piano più ampio, principio della vita. Tale peculiarità si accentua soprattutto in quelle culture nelle quali i principi religiosi sono ancora ordinati seguendo modelli meno evoluti di quelli caratterizzanti i grandi monoteismi.
Indicativamente, nelle religioni «primitive» l’anima viene indicata con organi del corpo che svolgono una funzione vitale determinante; può anche essere identificata con il respiro. Sempre in queste culture, l’anima può essere «esterna»: in questi casi la sua sede può venire indicata in un animale o un oggetto. È interessante osservare il peso svolto dal principio dell’anima esterna e presente in un animale, nelle sue implicazioni nel folclore occidentale, e che ha trovato una indicativa concretizzazione nell’universo della fiaba.
Il concetto di anima si formalizza con Socrate (469-399 a.C.), artefice del posizionamento di questa presenza tra i temi fondamentali della filosofia. L’idea di psiche socratica fu poi codificata da Platone (428-346 a.C.). Socrate insisteva sulla sua cura dell’anima (psicoterapia), ma non si pronunciava sulla sua immortalità: caratteristica che emergerà in seguito con Platone.
Come è noto, il principio cristiano indica nell’uomo il risultato dell’unione tra materiale e spirituale: il corpo e l’anima.
Altre religioni non perseguono totalmente la visione dualistica in cui l’anima si contrappone al corpo, infatti la psiche è più simile a un soffio vitale che, alla morte dell’uomo, fuoriesce mantenendo la propria autonomia, ad esempio nel mondo delle ombre. Nella teologia ebraica, l’anima è chiamata come nèfesh: termine che indica indifferentemente la vita spirituale, ma anche quella vegetativa; questa parola presenta inoltre un legame con il ruach (soffio, respiro), comunque dotato di forza vitale (ad esempio il soffio della creazione della tradizione veterotestamentaria).
Una precisa separazione tra anima e corpo risale a Platone: per il filosofo l’uomo è un principio naturale che si differenzia dalla fisicità del corpo. Il filosofo greco distingueva, nell’uomo, tra un’anima razionale, sede dei processi conoscitivi, e una irrazionale, sede dei desideri e delle passioni che l’essere più evoluto ha in comune con gli animali.
Aristotele (384-322 a.C.) poneva un’anima in ogni organismo vivente, differenziando un’anima «vegetativa», principio della crescita (presente anche nei vegetali), un’anima «sensitiva» principio del movimento e dei sensi (presente anche negli animali), un’anima «razionale», tipica dell’uomo e principio dell’attività intellettuale. Le interpretazioni destinate a suggerire delle dicotomie hanno sorretto il pensiero di molti dei Padri della Chiesa: Sant’Agostino (354-430) indicava l’anima come «sostanza dotata di ragione, con il ruolo di reggere il corpo»; questa sostanza, staccata dal fisico, è immortale e, alla morte dell’uomo, continua la propria esistenza fino alla resurrezione finale, quando si unirà alla materia.
San Tommaso (1221-1274) effettuò invece un’operazione tendente ad armonizzare la teoria platonica con quella aristotelica, giungendo a stabilire che l’anima è una forma sussistente e che trascende il corpo. Lo scontro ontologico che continuerà nel tempo, si estremizzerà sostanzialmente su due posizioni contrapposte: la tesi che sostiene la spiritualità e l’immortalità dell’anima (Platone) e quella che ne negava totalmente queste peculiarità Aristotele).
Il procedere della riflessione filosofica determinerà la riaffermazione della visione dualistica: con René Descartes (1596- 1650) questa dicotomia sarà parte rilevante nell’opposizione tra res extensa (corpo) e res cogitans (anima). Di fatto il primo ha un’esistenza determinata da principi esclusivamente materiali, la seconda invece è coscienza pura e quindi potrebbe esistere anche in assenza di corpo. La critica orientata verso il materialismo tenderà a ridimensionare il dualismo, correlando la parte connessa alla coscienza a meccanismi di ordine fisiologico, in cui a dominare è comunque sempre il corpo.
In sostanza, nella visione più elementare e di immediata comprensione, anche per la sua concreta applicabilità ai modelli antropologici di tradizione geocentrica, l’anima è un principio spirituale posto nel corpo dell’uomo da Dio al fine di assegnare un senso all’esistenza terrena. Si tratta di una presenza immortale nell’uomo e, in alcune religioni, mortale negli altri esseri viventi.
Come risulta più chiaro dalla lunga tradizione cultuale sul «significato» dell’anima, quest’ultima non è completamente indipendente dal corpo, perché la personalità umana è considerata il risultato dell’unione tra anima e corpo.

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ANIMA, REINCARNAZIONE E KARMA
Per l’anima non c’è mai nascita, né morte.
Esiste e non cessa mai di esistere.
È non nata, eterna, esiste sempre, non muore ed è originale.
Non muore quando il corpo muore.

(Bhagavad-gita 2.20)

Può sembrare che ciò che si pensa su ciò che succede dopo la morte non sia così importante, e che ciò che veramente conta sia solo come si vive qui e adesso. Ma che dire se le due cose fossero strettamente connesse? Che dire se ciò che si fa ora influisse in modo determinante sul futuro e le mie attività del passato avessero ora i loro effetti?

Con un’analisi approfondita, inoltre, si può osservare che lo stile di vita nelle diverse culture del mondo si può facilmente mettere in relazione al concetto che ciascuno ha della vita dopo la morte. Spesso è proprio questo che modella l’intera impostazione culturale.

Sebbene i particolari della trasmigrazione dell’anima, la reincarnazione, varino da religione a religione, le basi scientifiche di questo credo o i principi su cui si fonda, sono gli stessi.

In sostanza il concetto è che la forza vitale, o l’essenza che distingue un corpo vivente da uno morto, sopravvive alla morte del corpo; bisogna passare di corpo in corpo, proprio come in questa vita si passa dall’infanzia all’adolescenza e dall’adolescenza alla vecchiaia, fino a quando non si raggiunge la perfezione, vale a dire la relazione di puro amore per Dio, che rende coscienti della propria posizione originale.

Fino a che non saremo abbastanza puri e desiderosi di ricongiungerci a Dio, torneremo più e più volte a prendere nuovi corpi materiali al fine di purificare appunto la nostra coscienza da tutti i desideri di natura materiale.

La legge di causa ed effetto, conosciuta nella Letteratura Vedica come “legge del karma” e simboleggiata nella Bibbia dalla frase “ciò che semini raccoglierai”, accompagna logicamente il concetto di reincarnazione.

Spesso confuso con una specie di punizione, il karma, propriamente compreso, è un sistema didattico dal quale si può trarre insegnamento; se si fanno le cose giuste, tutto andrà bene, mentre se si fanno cose sbagliate tutto andrà male; così è possibile imparare dai nostri errori.

Spesso l’apprendimento è sottile; quindi, anche se non ricordiamo gli errori commessi nelle vite precedenti, saremo guidati naturalmente verso il progresso, o il regresso, secondo i desideri e le attività del passato. Il fatto che non si possano ricordare le attività del passato non dimostra affatto che non esistano. D’altro canto chi ricorda le prime parole di questo articolo?

Gli scettici sostengono che la reincarnazione è la speranza di chi non riesce ad accettare la morte. Molti non desiderano però reincarnarsi, ma cercano di perfezionare le loro vite in vista di un obbiettivo al di là del mondo materiale.

Esistono anche parecchie ricerche che suggeriscono che la reincarnazione sia più di una speranza.

Ian Stevenson, dell’Università della Virginia, ha raccolto numerose testimonianze secondo le quali molte persone sostengono di ricordare vite precedenti. In molti casi bambini hanno dato indicazioni sufficienti ad identificare una famiglia precedente. L’ipotesi che queste persone possano davvero aver trovato la famiglia giusta è, alcune volte, sostenuta da segni particolari congeniti, o caratteristiche che erano presenti nel corpo precedente.

Anche nel mondo della scienza, Einstein, Stromberg, Edison, ecc…, erano sostenitori della dottrina della reincarnazione, e i primi filosofi dell’antica Grecia ne erano ardenti sostenitori e la spiegavano in termini di ragione e di logica.

Socrate, Platone e Pitagora non sono che pochi tra i grandi pensatori che sostennero la verità della reincarnazione. La scienza considera molto importanti le relazioni di “causa” nel mondo fenomenico. Ogni evento fenomenico ha la sua causa, ed ogni causa avrà il suo effetto; questa è la terza legge di Newton.

Le scienze spirituali, specialmente i Veda, allargano questa concezione anche alla vita morale e spirituale dell’uomo. Anche le religioni occidentali lo sostengono. “Ciò che uno semina raccoglie”; oppure “Chi di spada ferisce, di spada perisce”, ecc.

Le conseguenze delle scelte passate condizionano la vita presente, come un giocatore si trova la partita vinta in mano, ma è comunque libero di giocarla in diversi modi. Ciò significa che il viaggio dell’anima da un corpo ad un altro è guidato dalle nostre scelte.

*La reincarnazione e le religioni del mondo*

Proprio come gli Hindu e i Buddisti accettano la dottrina della reincarnazione, così tutte le tradizioni religiose l’hanno accettata in tempi diversi.

Gli antichi Egizi e i Greci la accettavano come un fatto della vita, mentre i Druidi arrivavano a prestare denaro pensando di riaverlo in una vita futura.

Gli Indiani d’America, gli aborigeni australiani e molte tribù africane includono la reincarnazione nei loro credo.

L’idea, pienamente accettata da Ebrei ed Esseni, era largamente diffusa ai tempi di Gesù, e ha continuato ad essere popolare tra gli Ebrei europei fino alla fine del Medioevo, tra gli Ebrei Cassidici e mistici, presso i quali è conosciuta come “gilgul” ed è spiegata abbastanza in profondità in varie opere cabalistiche.

I Drusi, di origine musulmana, non solo credono nella reincarnazione, ma considerano le memorie delle vite passate una cosa normale, anche se fino a poco tempo fa era loro vietato di parlarne al di fuori del loro popolo.

Il concetto di reincarnazione è decisamente una componente anche del primo Cristianesimo; ciò nonostante, molti cristiani moderni tendono a considerare l’idea come una buffa superstizione.

I padri della Chiesa Cristiana, comunque, testimoniano che le reincarnazione era parte del pensiero cristiano primitivo.

Per esempio, nel terzo sec. d.C., Origene, che era considerato secondo solo ad Agostino per la sua influenza durante i primi tempi della Chiesa, scrisse nella sua opera “Sui Principi”: “A causa di una certa inclinazione verso il male di alcune anime, esse perdono le ali e prendono corpo, prima sotto forma di uomini; quindi, a causa dell’associazione con la passione irrazionale, dopo il periodo assegnato con la forma umana, essi si trasformano in bestie, forma dalla quale passano poi alla forma di piante. Restano in queste diverse forme di corpi fino a quando non saranno degni di essere riportati alla loro posizione spirituale”. (NDR: in effetti, questa non è l’esatta “formula” reincarnativa. Nessuno torna “indietro” – secondo Tradizione – in esperienze superate. L’uomo evolverà sempre, una volta entrato nel regno umano, e non tornerà ad abitare in regni precedenti a questo)

Con il tempo, quando la teologia cristiana iniziò a cambiare, l’idea della reincarnazione divenne sinonimo di eresia, e nel 553 d.C., nel secondo Concilio di Costantinopoli, l’Imperatore Giustiniano proclamò il suo anatema contro Origene:

“Se qualcuno dovesse proclamare che l’anima trasmigra da un corpo ad un altro che sia maledetto”.

Questo pose fine ad ogni disquisizione seria sulla trasmigrazione dell’anima nella cristianità organizzata.

*La conclusione Vedica*

Secondo i Veda, che danno informazioni più dettagliate e scientifiche sulla trasmigrazione dell’anima, la forza vitale è legata al corpo nella stessa misura in cui il corpo è legato ai vestiti che indossa o alla casa in cui abita.

Quando un vestito sta stretto o la casa è piccola li cambiamo. La scienza spiega che nel corso di sette anni tutte le cellule del corpo cambiano; quindi, il corpo di sette anni fa non è più lo stesso; difatti basta …. guardarsi allo specchio.

La nostra mente e la nostra personalità subiscono, nel corso della vita, cambiamenti altrettanto radicali.

Eppure, nonostante questi cambiamenti, su un altro livello (quello spirituale) siamo sempre gli stessi, siamo sempre la stessa persona. Che cos’è questo livello più profondo e fondamentale che continua in mezzo a tanti mutamenti? L’anima.

Il vocabolo “personalità” deriva dal latino “persona”, che in origine indicava la maschera indossata dagli attori sulla scena. La maschera aveva le caratteristiche del personaggio interpretato, mentre l’attore restava anonimo.

Anche noi, usando stratagemmi simili alle maschere, camuffiamo la nostra vera identità con i trucchi e le apparenze del ruolo che stiamo interpretando. Le nostre reali personalità sono nascoste.

Sfortunatamente, chi sceglie di ignorare il messaggio di Dio, così com’è rivelato dalle Sacre Scritture, tende a perdere di vista la differenza tra la vera personalità e la personalità materiale, che è la maschera che stiamo indossando attualmente; ma, che ci verrà tolta alla fine di questo show, con la morte.

Siamo tanto identificati con questa parte, che non riusciamo più a vedere nient’altro. Però, c’è chi decide di ritrovare la propria vera identità nascosta, cercando di portare la propria attenzione sull’elemento spirituale che sta sotto alle apparenze esteriori.

Così, riuscendo ad eliminare tutti gli strati della maschera della falsa identificazione materiale, possiamo scoprire il vero attore che c’è sotto: un’anima, che per “vera” natura è piena di conoscenza, di felicità ed è eterna servitrice di Krishna, Dio, la Persona Suprema.

Fonti:
Viviamoinpositivo.it
Xenia.it

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